I novanta crociati di Vidor, L'appello di Clermont lanciato da papa Urbano II

 I crociati di Vidor

L’appello di Clermont

Le prime luci dell’alba inondavano le rive del Piave, accarezzando con la loro tenue luce il borgo di Vidor, il piccolo villaggio che sorgeva silenzioso e fiero accanto al fiume, cinto da campi coltivati e boschi selvaggi. Era un giorno come tanti altri, scandito dal suono dei martelli dei fabbri, dal canto delle lavandaie e dal rumore delle ruote dei carri che avanzavano sul sentiero sterrato che conduceva al borgo. Quella mattina, però, una voce nuova correva di bocca in bocca, come il vento fresco che soffiava dalle montagne, portando un annuncio che avrebbe cambiato ogni cosa.

Un pellegrino giunto da lontano, vestito di stracci, ma con gli occhi ardenti di fuoco e fede, raccontava del Concilio di Clermont, tenutosi alla presenza di papa Urbano II. Nel mezzo della folla che si era radunata attorno a lui, come accadeva per i racconti più affascinanti, il pellegrino narrava di come il Pontefice avesse levato la voce e chiesto a ogni uomo di fede di unirsi sotto un unico vessillo per liberare la Terra Santa dai turchi, che profanavano i Luoghi Santi e insidiavano i pellegrini con violenze e brutalità.

Gli abitanti di Vidor ascoltavano rapiti, con lo sguardo acceso dalla meraviglia e dal fervore. Quell’appello accendeva in loro qualcosa di antico, un fuoco che sembrava essersi sempre celato sotto la cenere della quotidianità. Le parole del pellegrino li facevano sentire parte di un destino comune, come se il richiamo di Clermont giungesse direttamente nei loro cuori, e non solo nelle orecchie.

Non era passato molto tempo da quando la notizia si era sparsa per il borgo che anche i più poveri sognavano di brandire una spada, i giovani parlavano di onore e sacrificio, e i vecchi guardavano il Piave come se il riflesso dell'acqua potesse portare con sé una visione della Terra Santa, così lontana eppure improvvisamente così vicina.

Tra tutti, però, uno si distingueva per maestà e convinzione: il conte Giovanni Gravone, signore di Vidor, alto e fiero, con lo sguardo severo e un portamento che incuteva rispetto. Le sue mani, abituate all’elsa della spada, si chiusero con forza quando ascoltò le parole del pellegrino, e gli occhi chiari, intensi come il cielo sopra le colline, s’illuminarono di una luce particolare. Il conte Gravone aveva già dimostrato il suo valore in battaglia e godeva della stima e della lealtà dei suoi sudditi. Ma quest’ordine, questo appello del Papa, era più di una semplice chiamata alle armi: era un richiamo alla fede, un richiamo che andava oltre il suo stesso lignaggio e onore. Avrebbe condotto i suoi uomini in Terra Santa, lo sapeva nel profondo del cuore.

Il conte convocò i suoi soldati e i giovani più coraggiosi del borgo di Vidor. Li osservava mentre ascoltavano il suo discorso, ognuno con un’espressione diversa: alcuni incerti, altri eccitati, molti in preda all’emozione. «La fede ci chiama», dichiarò il conte Gravone con una voce che riecheggiava tra i muri in pietra della piazza. «Papa Urbano II ha lanciato il suo appello, e noi, uomini di Vidor, risponderemo. Porteremo il nostro valore e la nostra devozione fin nelle sabbie della Terra Santa, per difendere la nostra fede e i Luoghi Santi».

La folla esplose in un grido di approvazione. Uomini, giovani e anziani, si avvicinarono, alzarono il pugno al cielo, si inginocchiarono davanti al loro Conte, giurando fedeltà e promettendo di seguirlo fino alla fine. Le donne, sebbene intimorite dalla partenza dei loro uomini, erano orgogliose; e persino i bambini, che capivano solo a metà ciò che accadeva, sognavano già il giorno in cui anche loro sarebbero stati abbastanza grandi per seguire i padri in battaglia.

Il conte Giovanni Gravone scelse novanta uomini, i migliori tra soldati e contadini, e con loro trascorse i mesi successivi addestrandosi senza sosta, insegnando a combattere in formazioni strette e a resistere alla fatica. I novanta crociati di Vidor si prepararono a marciare, a sopportare la fame e la sete, a sostenersi l’un l’altro nelle difficoltà. Intorno a loro il borgo era in fermento. Le donne cucivano tuniche con croci rosse e i fabbri lavoravano giorno e notte per forgiare armi e armature.

Nel mese di agosto del 1096, i crociati di Vidor si riunirono sulla riva del Piave. Avevano impresso sul petto la croce rossa, simbolo della loro missione e della fede che li guidava. Giovanni Gravone, in piedi davanti ai suoi uomini, levò la spada al cielo e pronunciò il giuramento solenne: «In nome di Dio e per la liberazione della Terra Santa, giuro di condurre questi uomini verso la gloria o verso il sacrificio». Poi, con lo sguardo rivolto verso oriente, diede l’ordine di marciare. (Carlo Silvano)


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