Carlo Silvano: quando la storia dimentica le guerre dei turchi

  

Quando la storia

dimentica le guerre dei turchi

di Carlo Silvano

Nella storiografia contemporanea capita spesso di incontrare giudizi molto severi sulle Crociate, presentate come spedizioni militari organizzate dall’Occidente cristiano per conquistare territori appartenenti al mondo musulmano. Una parte della storiografia moderna ha effettivamente interpretato il movimento crociato anche attraverso le categorie della conquista, dell’espansione economica e del colonialismo. La ricerca più recente, tuttavia, mostra quanto sia più complesso il fenomeno, invitando a non separare le Crociate dal contesto politico, militare e religioso nel quale nacquero.

Esiste, però, una domanda che merita di essere posta: se è doveroso ricordare le violenze commesse dagli eserciti cristiani, perché la stessa attenzione non dovrebbe essere riservata alle guerre di conquista condotte per secoli dalle potenze turche?

La penetrazione turca in Asia Minore precedette di alcuni decenni la Prima Crociata. Dopo la battaglia di Manzikert del 1071, i Selgiuchidi consolidarono progressivamente il loro dominio in Anatolia, sottraendo ampi territori all’Impero bizantino. Nei secoli XIII e XIV le conquiste e le incursioni di diversi gruppi turchi provocarono uccisioni, deportazioni, spostamenti di popolazione e cattura di prigionieri. Studi recenti sulla schiavitù nel Mediterraneo orientale definiscono proprio il periodo 1260-1460 una grave crisi demografica per le popolazioni cristiane dell’Asia Minore e dei Balcani, colpite da razzie, deportazioni e riduzione in schiavitù.

Con gli Ottomani il fenomeno assunse dimensioni imperiali. Dalla fine del XIII secolo il piccolo principato anatolico fondato da Osman si trasformò progressivamente in una grande potenza. Nel XIV secolo gli Ottomani attraversarono i Dardanelli, conquistarono Gallipoli e avanzarono nei Balcani; Adrianopoli divenne una delle principali basi dell’espansione. La conquista di Costantinopoli nel 1453 segnò una svolta decisiva, alla quale seguirono nuove campagne nei Balcani, nel Mediterraneo orientale, in Anatolia e verso il Mar Nero.

Non si trattò soltanto di battaglie fra eserciti. Le fonti attestano ripetute razzie delle campagne, cattura di abitanti, deportazioni e traffico di schiavi. La stessa istituzione ottomana del devşirme (“raccolta” o “tassa di sangue”) comportò per secoli la requisizione di giovani cristiani dei Balcani, destinati al servizio del sultano e, in molti casi, alla formazione dei giannizzeri. La schiavitù rimase, inoltre, presente nell’Impero ottomano fino al XIX secolo.

Anche il Mediterraneo divenne teatro di una lunga guerra. Nel XVI secolo l’Impero ottomano divenne una grande potenza navale, dominando il Mediterraneo orientale e mantenendo una forte presenza anche nel settore occidentale. La conquista di Cipro nel 1571 e quella di Creta nel XVII secolo furono episodi di una più ampia competizione con Venezia e con le potenze cristiane.

L’Italia conobbe direttamente questa minaccia. Nel 1480 una flotta ottomana conquistò Otranto. La città fu sottoposta a una sanguinosa occupazione e le truppe turche effettuarono incursioni nel Salento, arrivando fino al Gargano. L’anno successivo Otranto fu riconquistata dagli Aragonesi.

A questa espansione terrestre e navale si aggiunsero le attività dei corsari del Nord Africa, formalmente sottoposti alla sovranità ottomana, ma dotati di ampia autonomia. Algeri, Tunisi e Tripoli divennero basi di una guerra corsara che colpì per secoli le coste mediterranee e, in alcuni casi, si spinse molto più lontano. La cattura di uomini, donne e bambini e la loro vendita come schiavi costituivano una componente importante di questo sistema. Studi comparativi stimano in circa 1,25 milioni gli europei catturati dai corsari barbareschi fra il 1530 e il 1780, pur trattandosi di una stima discussa e riferita a un fenomeno molto più ampio della sola politica del governo centrale ottomano.

Tutto questo non significa che le Crociate debbano essere assolte dalle loro violenze. La conquista di Gerusalemme nel 1099 fu accompagnata da un massacro, e le campagne crociate furono autentiche guerre, con interessi religiosi, politici, dinastici ed economici intrecciati fra loro.

Significa però che la storia non può essere costruita attraverso una memoria a senso unico. Se si giudica l’Occidente medievale per le sue guerre di conquista, bisogna studiare con lo stesso rigore le conquiste turche dell’Anatolia, dei Balcani e del Mediterraneo, le deportazioni, le razzie e la schiavitù. E bisogna ricordare che anche gli Stati cristiani risposero con guerre, catture e forme di schiavitù: il Mediterraneo medievale e moderno fu per secoli uno spazio di conflitto nel quale nessuna delle due sponde possiede il monopolio della violenza.

La vera lezione della storia, dunque, non dovrebbe essere stabilire quale civiltà sia stata sempre innocente e quale sempre colpevole. Dovrebbe essere più esigente: ricordare tutte le vittime, studiare tutte le conquiste e giudicare gli stessi comportamenti con il medesimo metro. Solo una memoria completa può trasformare la storia da strumento di contrapposizione in autentica conoscenza.


 

Commenti

Post popolari in questo blog

La Prima crociata: una lotta per la liberazione dei Luoghi Santi

Il codice dei crociati: fede, coraggio e lealtà

Mondo di Crio, sinossi a cura di Massimo Valli